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ultima modifica: 16/07/2018

Il tempo del sogno. Rosaspina in giardino

notizia pubblicata in data : lunedì 16 luglio 2018

Il tempo del sogno. Rosaspina in giardino

 

Una «Serenata delle zanzare» che ci porterà, in chiusura di rassegna, nel mondo della fiaba e del sogno: con il gruppo “La porta azzurramercoledì 18 luglio, alle 21.00, il giardino di Casa Moretti diventerà scenario fantastico con uno speciale reading/spettacolo reduce dal Festival della Fiaba di Modena. «Il tempo del sogno. Rosaspina in giardino», presenta i testi, liberamente tratti dalla celebre fiaba dei fratelli Grimm, di cui Alessandra Gabriela Baldoni e Giancarlo Sissa saranno gli interpreti insieme a Martina Campi e Luna Marie, accompagnati dalla musica di Mario Sboarina.

«C’era una volta un re e una regina, che ogni giorno dicevano: “Ah, se avessimo un bambino!” Ma il bambino non veniva mai...». Così inizia un testo che ha attraversato i secoli e le culture più diverse per giungere fino a noi, ma che la contemporaneità spesso travisa, forse perché così condizionata dalla fretta e dall’apparenza da non riuscire più a comprendere l’importanza del tempo lungo della non azione e del raccoglimento in se stessi. Che cosa accade nei cento anni di sonno e sogno di Rosaspina?.... Gli autori sono partiti dalle più antiche origini della fiaba e sono arrivati ad esplorare i capisaldi filosofici e psicanalitici del Novecento, per raccontare un cammino che conduce al risveglio. Il Banchetto di Rosaspina si arricchisce strada facendo di nuovi contenuti e nuove persone, in una sorta di viaggio onirico che prevede un prosieguo di ricerca perché «non è dato aspettarsi la fine di un sogno / ci si desta spontaneamente quando il sogno è finito / e ciò avverrà quando e se il tempo sarà maturo...».

Rosaspina rivive in sogno la sua festa a corte. Fra i resti del banchetto si fa largo Carabosse, la tredicesima fata, e lancia la sua maledizione. Da quel momento gli spettatori diventano personaggi della fiaba. Le carte sono in tavola e i legami di sangue non possono più restare nascosti.

Info e contatti: www.casamoretti.it; fb: casamoretticesenatico
 

Al banchetto di Rosaspina il pubblico è invitato a prendere posto intorno a un tavolo imbandito e ornato di candele. La fanciulla della fiaba tradizionale, qui ripresa dalla celebre versione dei fratelli Grimm, rivolge verso i convitati gli occhi chiusi, abbandonata su una sedia nei suoi abiti sontuosi. Dietro di lei un intreccio di musica e versi anticipa l’atmosfera malinconica del castello immerso nella quiete. La poesia chiede silenzio e una lunghissima attesa. Il narratore-anima racconta la storia che tutti conosciamo, mentre le carte dei tarocchi mostrate ai presenti ne scandiscono i vari momenti investendoli di un carattere mistico-divinatorio. Tutto si compie così come sappiamo, ma nel momento in cui la principessa sprofonda nel sonno la fiaba trova un nuovo corso.
Il suo sguardo si apre sul sogno, ed è a questo punto che ha inizio il vero banchetto, il vero incontro tra noi e lei. Solo dialogando con la propria anima, incarnata sulla scena, Rosaspina potrà arrivare a una rinascita. Solo dopo aver conosciuto il buio potrà ritrovare la luce. Sprofonderà nelle oscure correnti del caos finché a condurla al risveglio non sarà il bacio di un principe bensì l’umiltà.
Gli autori di questa suggestiva rivisitazione sono partiti dal chiedersi che cosa accada nei cento anni di sonno e sogno di Rosaspina e per ricostruire il suo percorso onirico hanno studiato le più antiche origini della fiaba e attinto ai capisaldi poetici, filosofici e spirituali del Novecento. Tra le fonti di ispirazione sono presenti Etty Hillesum, Simone Weil, Cristina Campo, René Daumal ma a emergere con forza è soprattutto la lezione di Jung. Ad accompagnare Rosaspina nel suo viaggio sono infatti lo spirito del tempo e lo spirito del profondo, di cui si tratta nel Liber Novus, e l’anima, che per Jung rappresenta l’elemento inconscio, l’archetipo della vita stessa, l’interiorità contrapposta alla maschera. Riprendendo una metafora antichissima, l’anima viene qui identificata con un uccello e ad essa si arriva solo distaccandosi dalle cose esteriori, per mezzo del sapere del cuore, di cui il testo junghiano dice che si può raggiungere solo vivendo appieno la propria vita.
Lontana dalla figura stilizzata e passiva della fiaba, Rosaspina prende corpo intervenendo sul proprio destino. Sceglie di sfuggire alla solitudine dorata del castello salendo alla torre per pungersi all’arcolaio e nel sonno compie un percorso interiore non privo di conflitti che la porterà ad abbracciare la vita con pienezza, vincendo con l’umiltà il vincolo stesso rappresentato dalle proprie virtù. Reagisce così all’influsso degli astri (le dodici fate alludono tra l’altro ai segni dello zodiaco), alla predestinazione simboleggiata dai tarocchi e muove alla ricerca del proprio cielo, quello in cui la sua anima potrà librarsi.
Il pubblico è coinvolto sapientemente nella vicenda, grazie alla recitazione impeccabile degli attori, al fascino ipnotico del registro poetico che è stato scelto per il testo, alle trame sonore raffinate e rarefatte che punteggiano la rappresentazione. Attraverso Rosaspina è portato così a varcare la soglia che conduce dentro di sé, a intraprendere a sua volta un cammino che proseguirà anche dopo il riaccendersi delle luci nella sala (F. Del Moro)
 
GIANCARLO SISSA è un poeta tra i più interessanti della sua generazione. Nato a Mantova nel 1961, vive a Bologna dove è conosciuto anche come francesista e traduttore (ha tradotto, fra gli altri, Lautréamont, Daumal e Michaux). Ha da poco pubblicato Autoritratto (Poesie 1990-2012) edito dalla casa editrice di Ancona Italic peQuod: una sorta di antologia dove i mutamenti personali e sociali appaiono in un mai sfibrato campionario. Alberto Bertoni, critico e sodale di Sissa, nella postfazione scrive di un maestro dell’immaginazione acustica. “Autobiografia e desiderio si saldano dentro una cornice di ascendenza trobadorica, ove lo scacco e il fantasma d’amore vengono trasferiti a una dimensione rituale e talvolta mitopoietica”. Questa poesia assume su di sé alcuni personaggi un po’ strampalati muovendoli nottetempo (come nella migliore tradizione romagnola ed emiliana del Novecento), bar e osterie, borghi e comportamenti domestici nella Mantova dell’infanzia e adolescenza e nella Bologna di oggi. Non mancano improvvisate visioni paesaggistiche: “Cosa importa / che il vento padano / di polvere e fieno / monotono strappi / un grido, un insulto / ai campi di grano?”. Giancarlo Sissa sfida il presente e lo incastona in un clima di pioggia, nel gelo invernale, nella strada dove “Bologna sgomma via”.
Nella raccolta Il mestiere dell’educatore, uscita nel 2002, la scuola è una palestra d’addestramento anche per l’insegnante: il gioco del pallone, lo sgambetto, la finta, il tiro sono particolari di una tonalità pura. Sissa sa descrivere l’energia percettiva delle persone: “E quel bambino lì / che sta in piedi sul davanzale / al quarto piano della ringhiera / dal balcone – non parla ancora / coglione – povero come suo padre / di famiglia e di nome”. Molto riuscita la sezione Prima della Tac,dove il corpo umano, come fosse smembrato, fa capire che si parla anche con ciò che non ha voce e che la precarietà la si avverte in posti di reclusione, insieme ad altri malati. La morte si fa dicibile spettro, insanabile dubbio, consumata parola: “Ora la mano delicata / che muove l’ombra piano / dove mai potremo / o quel lento punto dove / fra l’amore e la finestra / il tempo non trova luce / tenera foglia quell’attimo / che si sfa senza voglia / – così chiamo la morte”.
Bellissimi i testi dedicati al poeta di Cesenatico Ferruccio Benzoni (“Ma nessun vegliare ci salva, Ferruccio / qui sul mare dove incrociano le ore / nel luminìo della distanza”), o i luoghi spenti dove si beve vino e si gioca a carte, dove “si genera il silenzio”. E quindi i figli degli operai, la tensioni e la disdetta della politica, la libertà e la costrizione degli ideali, l’infelicità e la solitudine dell’amore (“Di me avvolto / in un pallore senza voce / che scrivevo di vendette / che leggevo Giovanni della Croce / la foto di Céline davanti / e la voglia di scopare / di vaffanculo tutti quanti”). I nessi di collegamento tra i brani che provengono da un tempo infine malinconico, dove sembra sempre che possa giungere una fine, si susseguono in un catalogo di figure e in uno spazio attraversato da un orizzonte terreno riempito di persone che si fanno compagnia, unite dall’asse intorno alla complicanza del vivere: “Benché poi la pregassi la porca vita / proteggimi dalla stanchezza dal crudo / fermo immagine della trascorsa freschezza / proteggimi dallo stupido dolore / che ogni volta chiamo amore e dimmi / in quale vuoto cade il tempo che accudisco”. Sissa è un poeta che si rivolge all’altro in uno stato di invocazione, ma lo fa rovesciando l’interrogativo sul bene e sul male, sull’assedio dell’inquietudine che è già pregna del senso della sorte che morde, della “terra nel corpo”. E la poesia nella quale chiama in causa Giovanni Giudici, illumina uno sguardo e un’intuizione, più che un confronto e una confessione: “Colmiamo mai il ritardo dei gesti? / della voglia di baciare? È una foglia / che svola fra le altre quella che calpesto / senza pensare”. Il ricordo e la luce si intensificano come fossero spinti dal vento che proviene da un altro pianeta. La ragione si incarna nella soggettività, in una tenerezza che unisce come in un ultimo e impossibile tempo. Si tratta di un’accentuazione della poesia dell’autenticità che non cerca un compromesso. Una volta Giancarlo Sissa ha dichiarato che la poesia è la possibilità che abbiamo di spezzare le certezze apparenti, le convinzioni malate, di usare le parole per dire cose che altrimenti non si potrebbero dire, di aprirci al mondo in segno di condivisione e di restituzione della vita. La poesia, dunque, è a tutti gli effetti un’assunzione di responsabilità. (A. Moscè)


Alessandra Gabriela Baldoni
Laureata in Scenografia del Melodramma all’accademia delle Belle Arti di Bologna e diplomata presso l’Istituto d’Arte di Forlì sezione Pittura con il massimo dei voti, Alessandra è scenografa, esperta di costume, attrice e drammaturga.
Lavorandoci con Sissa, presenta questo studio sulla fiaba di Rosaspina, portando ora al centro della vicenda l’anatema lanciato dalla tredicesima fata.


 

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