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Marino Moretti

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HOME » Marino Moretti

ultima modifica: 21/03/2017

moretti

Ritratto di uno scrittore “col lapis”

Nell’ambito della letteratura italiana c’è uno scrittore che si rifiutò di completare gli studi e che firmò pagine di una prosa coltissima. Affermò con nettezza "io non ho nulla da dire" e in oltre settant’anni di inesausta attività pubblicò più di settanta libri.

Disse anche che la sua poesia non era tale ma era solo prosa-poesia... salvo poi possedere un felicissimo senso per la rima, metriche perfette, capacità di mettere in verso temi lontanissimi o forse sino ad allora ritenuti totalmente inconciliabili con una intonazione lirica. La scrisse "col lapis" – per dire che potevano anche essere cancellate - ma sono rimasti incancellabili nella memoria di generazioni di lettori.

Ebbe il marchio di "crepuscolare", ma la luce di alcune immagini poteva risultare folgorante; e la sua "poetica delle cose" non trascurò il senso più profondo e recondito di quegli oggetti della sua poesia.

A poco più di trent’anni dichiarò anche che non avrebbe più scritto in versi, smentendosi brillantemente, superati gli ottanta, con quattro raccolte uscite nella collana mondadoriana dello Specchio. E finalmente malinconia fece rima con ironia.

Laico, sì, ma della misericordia, fu definito. E la bontà dei sentimenti talora improvvidamente ravvisati nell’uomo e nei suoi personaggi, fu in realtà un demone che mordeva lui e le sue creature pronte a rivelare le “molte unghie nascoste nel suo velluto”.

Ritrosia e riservatezza sembravano connotazioni non coniugabili con il numero di amicizie, non solo letterarie, che seppe stringere lungo l’arco di quasi un secolo d’esistenza. Non si legò mai a una donna, ma seppe fare ritratti perfetti dell’anima femminile.

Si chiamava Marino, ma non solcò mai le onde appagandosi di ammirare le barche ormeggiate nel porto canale davanti alle finestre di casa sua. Si fece chiamare anche Pazzo Pazzi, ma la sua vita non ebbe sussulti di follia. E, nel giardino, la sua tartaruga maschio portava imperiosamente il nome di Cunegonda...

Moretti decise di assumere in bella evidenza il motivo "del doppio", mai scegliendo fra intimo e realistico, umile o pretenzioso, provinciale ed europeo ante-litteram. Essere, appunto, ricchi o poveri, forti o deboli, belli o brutti, adulti o bambini, femmine o maschi, dei suoi personaggi, era motivo per comprendere complessità e, in fondo, semplicità dell’esistenza.

Così l’"accettazione dell’ambiguità" anzi, la piena "libertà dell’ambiguità" con Marino Moretti diventò cifra formale e linguistica per un capitolo straordinario e imprescindibile della nostra cultura letteraria novecentesca.

 

 

moretti

Vita e opere

Marino Moretti nasce a Cesenatico il 18 luglio 1885: le sue origini familiari sono narrate ne Il romanzo della mamma (1924). Iniziati gli studi classici a Ravenna, li continuò a Bologna, ma li interruppe nel 1901 per frequentare a Firenze la Scuola di recitazione diretta da Luigi Rasi. Qui conobbe tra gli altri Aldo Palazzeschi, divenuto poi suo fraterno amico: il racconto di quegli anni è in Via Laura (1931). Ben presto interruppe anche la scuola di Firenze per dedicarsi interamente alla letteratura. Fra il 1902 e il 1903 escono le prime raccolte di novelle e poesie, e nel 1905 i versi di Fraternità. In questi primi volumi e soprattutto in Poesie scritte col lapis del 1910, Poesie di tutti i giorni dell'anno seguente, e Il giardino dei frutti (1915) si avverte l'impronta di Pascoli e già quel tono "crepuscolare" - secondo la definizione di Borgese - che si ritroverà anche nella sua narrativa.

Dalla prima raccolta di racconti, I lestofanti (1909), ai romanzi, i più noti: La voce di Dio (1920), I puri di cuore (1923), Il trono dei poveri (1928), L'Andreana (1938), La vedova Fioravanti (1941), Il fiocco verde (1948), Moretti descrive vicende semplici ambientate in un mondo provinciale popolato da personaggi spenti e rinunciatari, rese in uno stile dimesso, ma attraversato da lampi di personale umorismo. Collaborò inoltre con vari giornali e riviste, tra cui "La Riviera Ligure", dove divenne amico dei fratelli Novaro; nel 1914 diresse "La Grande Illustrazione" di Pescara. Nel 1916 pubblicò a puntate sul "Giornale d'Italia" il suo primo romanzo Il sole del sabato. Dal 1923, viene chiamato al "Il Corriere della Sera".

Moretti inaugurò la sua stagione più felice, dopo quella del poeta crepuscolare e del narratore post-naturalista, avvicinandosi al nuovo e fresco linguaggio ironico de I grilli di Pazzo Pazzi (1951), cui seguirà La camera degli sposi del 1958.

Nel 1952 ricevette il "remio dell'Accademia dei Lincei per la Letteratura, nel '55 il Premio Napoli, e il primo volume delle sue opere, Tutte le novelle, pubblicate ne "I Classici Contemporanei Italiani" di Mondadori, vinse il Premio Viareggio.

L'ultima stagione del poeta vede un felice ritorno alla poesia con la pubblicazione delle raccolte mondadoriane L'ultima estate (1969), Tre anni e un giorno nel 1971, Le poverazze nel '73 e, l'anno seguente, del Diario senza le date.

Morì a Cesenatico il 6 luglio 1979.

 

 

 

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