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| La casa sa ch'io sono uno scrittore Lento
canale urbano |
| Le prime tristezze Ero un
fanciullo, andavo a scuola, e un giorno |
L'INFANZIA E L'ADOLESCENZAMarino
Moretti nasce a Cesenatico il 18 luglio 1885 da Ettore
(1849-1928), imprenditore di trasporti marittimi, e
Filomena Moretti (1855-1922), maestra elementare di
origini pesaresi. Era quartogenito di otto figli; prima
di lui Libero e Luigia e poi anche Bice e Vittorina erano
morti piccolissimi. |
Prima di partire restai a lungo a
guardare dai vetri della finestra [...]. Un canale, due
rive, il mare vicino, invisibile, ma che respirava dietro
il giardino, e gli occhi dell'anima lo vedevano oltre il
morso o sbocco dei moli, le barche qui in vista
attraccate, i guidicini sui pennoni, le vele rosse: ed
ecco la barchetta davanti a casa con bella argentea rete
pendente come un'immensa ragnatela, il più sdrucito
scafo del più povero dei pescatori di settant'anni dove
m'ero calato senza timore fino a due o tre giorni prima,
fino a quando non bisognava pensare così intensamente al
proprio avvenire come immaginando di tessere il proprio
destino. (M. MORETTI, Paese, addio, in Il tempo felice, Milano, Treves, 1929) |
LA BIBLIOTECAPrima di ospitare la
biblioteca dello scrittore, ai tempi del nonno Salvatore
(1818-1892) e del padre Ettore, questa stanza era
occupata da una bottega di salsamenteria in cui pare
abbia sostato anche Garibaldi nel suo passaggio a
Cesenatico del 1849. L'arredo, conservato nella disposizione originaria, proviene da Firenze, dove Moretti l'acquistò dall'amico Aldo Palazzeschi (1885-1974), che dopo il 1940 si trasferì a Roma. |
La bottega dove Garibaldi si rifornì,
passando da Cesenatico nella sua ritirata da Roma del
'49, e poi dalla Repubblica di San Marino, e si rifornì,
pare, di salami e prosciutti, e non credo pagasse in
contanti, era da almeno vent'anni la biblioteca di Pazzo
Pazzi dove in verità non figuravano libri rari, edizioni
di qualche pregio, ma sì libri molto comuni, benché
leggibilissimi e godibilissimi, come s'addicono del resto
a un'ex-pizzicheria. (M. Moretti, I grilli di Pazzo Pazzi, Milano, Mondadori, 1951). |
FIRENZE, VIA LAURA Nel 1901 Moretti si trasferisce a Firenze per seguire i corsi della scuola di recitazione «T. Salvini», diretta da Luigi Rasi. Abita in Via Laura, a pochi passi dalla scuola, dove ha per compagni il figlio di Gabriele D'Annunzio, Gabriellino, e Aldo Palazzeschi, «Do», che gli resterà amico fraterno per tutta la vita. Se Gabriellino intraprenderà la carriera di attore e poi di regista, Aldo e Marino ben presto rinunciano all'arte drammatica per dedicarsi alla letteratura. A Firenze, dove stanno nascendo importanti riviste e movimenti letterari d'avanguardia, Marino scrive le prime opere: novelle e versi. Dopo questi esordi, nel 1907 esce la silloge di racconti Il paese degli equivoci, con cui Moretti si segnala presso la critica; l'anno seguente è pubblicato il libro per ragazzi Sentimento e i poemetti raccolti nella Serenata delle zanzare. Compone con l'amico Francesco Cazzamini Mussi (1888-1952) i poemi drammatici Leonardo Da Vinci (1909), Gli Allighieri (1910), Frate Sole (1911) e Giuditta (1912), mentre per la prosa è ancora la volta di due raccolte di novelle: I lestofanti e Ah, ah, ah!, strettamente legate a Il paese degli equivoci. Le Poesie scritte col lapis del 1910 segnano l'inizio della fase più propriamente «crepuscolare» (secondo la definizione di Borgese) della sua poesia, cui seguono, nel medesimo solco, Poesie di tutti i giorni (1911) e Il giardino dei frutti (1916). |
Ho già detto che a Firenze, più che
in qualsiasi altro luogo, lasciai la spoglia della mia
primavera, una specie di pelle di serpente della
giovinezza da cui s'esce uomo e artista alla meglio.
Potrei indicare il punto preciso dove avvenne questa
disgraziata trasformazione [...]. Via Laura, già Via
della Crocetta [...]. Bel mì Firenze, che cosa non mi
hai dato di prodigioso, di miracoloso in quegli anni! (M. Moretti, Via Laura, Milano, Treves, 1931) |
IL TINELLOLa
sala mantiene nel suo assetto originario il prezioso,
seppur semplice, arredo che riconduce a Firenze, la
città d'elezione dove lo scrittore ha lungamente abitato
dall'inizio del secolo fino alla metà degli anni
Settanta. I pezzi sono stati infatti acquistati,
probabilmente negli anni Trenta, presso la bottega di un
antiquario fiorentino. |
Torno di lungi dopo aver sostato in
case assai belle, soffici, comode, legni e stoffe
preziose, preziosi libri, rilegature, poltrone immense,
mobili «con le zampe» e alle pareti i ritratti
degl'illustri contemporanei con dediche autografe, e
allora quasi non mi spiace d'esser povero e, perché
povero, d'aver lasciato queste vecchie stanze com'erano,
press'a poco, il giorno in cui nacqui. Non mi spiace di
non aver avuto orgogli, povera casa, per te.
Scricchiolavi, e un giorno coi miei risparmi t'ho
rassettata, ma senza ringiovanirti troppo, senza
abbellirti, senza appenderti al collo un monile. E ora mi
sei più cara perché mi appari immutata così, vedi,
come non muta l'anima mia. (M. Moretti, Casa mia
sul canale, |
I PRIMI ROMANZINel 1913
escono in volume, dopo essere apparsi nel «Giornalino
della Domenica» di Vamba, i Poemetti di Marino.
Collabora alla «Riviera Ligure» divenendo amico dei
direttori del periodico, Mario e Angiolo Silvio Novaro.
Nello stesso anno pubblica a puntate sul «Giornale
d'Italia» il suo primo romanzo Il sole del sabato. |
Scrivere è proprio tutto, amare e disamare, volere il bello e il brutto, tenersi monte e mare. (M. MORETTI, Scrivere, |
LA CUCINAÈ la stanza cara alla poesia familiare e quotidiana di Moretti, che amò sempre gli spazi domestici raccolti e rassicuranti. Il poeta aveva dedicato alla cucina della sua casa un'intera sezione della raccolta poetica Il giardino dei frutti (1916), parlandone anche in seguito nel romanzo I puri di cuore (1923), dove ricorda in particolare l'arola e la matra. |
Non s'aveva noi sala da pranzo per il gran pranzo di gala, né ofis come credenza o dispensa per la cucina. Semplice tinello s'aveva ove più casta era la mensa. E neppur questo si vuol di più, rimasti come siamo all'asciutto, sì che in cucina prenderemo i pasti. Ma questa sia da vecchia la più bella, né manchi di tagliere e matterello, dei rami d'una volta, e fin dell'orologio contadino. E che dia sul giardino per cogliervi l'origano e il basilico. (M. Moretti, Vecchia cucina, in Le poverazze (1968-1972), Milano, Mondadori, 1973) |
I VIAGGI, L'AMICIZIANella
primavera del 1925 Moretti è per la prima volta a Parigi
in compagnia degli amici Aldo Palazzeschi e Filippo De
Pisis. In seguito i periodi trascorsi nella capitale
culturale europea saranno frequenti e più lunghi. Con
«Pippo» De Pisis nel maggio 1925 si reca in Belgio, a
visitare, nella patria dei crepuscolari fiamminghi, i
luoghi dei beghinaggi. |
Quando ne ripartii dopo una breve
infermità, avevo già in testa il mio racconto, che
cominciai però a scrivere solo l'anno seguente, sempre
all'ombra del Beffroi. Voglio dire ch'ero diventato buon
amico della settantenne Mademoiselle Walburge alla quale
portavo i "noeuds de Bruges" e con la quale
prendevo il te quasi tutti i giorni nella casetta a cui
doveva dare il nome di Casa di Gesù fra i Dottori come
quello di Marta Casa del Santo Sangue. (M. MORETTI, Nota a La casa del Santo Sangue, Milano, Mondadori, 1930) |
IL CORRIDOIOAll'amicizia Moretti ha intitolato le pareti dell'andito e della scala, vera e propria galleria di stampe raffiguranti sovente i luoghi natali dei vari compagni d'arte (Pirandello, Papini, Juliette Bertrand, Ugo e Nanda Ojetti, Marcel Brion, e moltissimi altri), da essi donate e firmate. Non manca anche qui una nicchia per i libri: è
l'angolo dei viaggi. Vi si trovano, fra gli altri, alcuni
volumi della Guida ragionata dell'Italia diretta
da Bertarelli (degli anni 1930-40) e una decina di Guides
Baedeker. C'è anche una sezione dedicata alla
Romagna. |
Allineati dietro quel cristallo dicono i libri miei titoli e prezzi: dove sei tu, mio buon libretto giallo unico libro che ora io cerchi e apprezzi? Modesto sei come il mio canto, piccolo come il mio cuore che non teme indagine. Ecco, non sei più grande d'un fascicolo ed hai trecento quattrocento pagine. Tutte conosci le città dei miei sogni e paesi che non vedrò mai; tutte le strade che saper vorrei come per insegnarle tu sai. (M. Moretti, Orario
ferroviario, |
APICE DELLA CARRIERANel
1932 l'Accademia d'Italia delibera all'unanimità di
conferire a Marino Moretti il «Premio Mussolini» per la
letteratura, ma il veto personale del duce fa dirottare
il premio su altri. Nel 1925 infatti Moretti aveva
aderito al «Manifesto degli intellettuali antifascisti»
promosso da Benedetto Croce. |
Un giorno mi s'annunziò per
telegramma che il mio nome era stato votato
all'unanimità e che io risultavo, così, eletto
all'unanimità. Appartenevo io d'ora in poi a un consesso
letterariamente molto ragguardevole, anche se era saggio
non pensarlo eterno e longevo, e il più accorto non
poteva non ammettere almeno fra sé che ci son degli
accademici che si rimandano a casa. (M. MORETTI, Apice della carriera, in Scrivere non è necessario, Milano, Mondadori, 1938) |
IL GIARDINOAttraversando il lungo e stretto corridoio, si accede al piccolo giardino racchiuso da mura, l'hortulus, il brolo con le pareti, dove ancora si possono trovare il pozzo col secchio, le rose e la pianta del calicanto di Suor Filomena, le ceramiche di gusto robbiano e Cunegonda, la tartaruga centenaria, «di sesso maschile». Con il gatto Tigrino e il cane Pilù, Cunegonda - che rappresenta un caso unico di "bene culturale vivente" - componeva un terzetto caro allo scrittore, ritrovato fortunosamente sopravvissuto dopo la guerra. Cunegonda, che ha oggi circa 150 anni, fu regalata a Moretti negli anni Trenta, arrivando da Napoli con un pacco postale. |
Io non odo i miei passi sul tappeto d'erba su cui m'aggiro contenendo il più piccolo respiro come per cura d'essere discreto. Ricordare qui è dolce. Ogni fil d'erba potrebbe ricordare ché molto sa. Quante memorie care questo stretto recinto anche ci serba. Qui si può amare e il crisantemo e il verme e il vaso della menta, l'ultimo cespo e la corolla spenta, la foglia secca e le fogliette inferme. Esser qui sempre come un'ombra, come un'indistinta forma di passante; restare fra le piante non più di un'ombra, che, fra tante, ha un nome. (M. Moretti, Hortulus, in Poesie scritte col lapis, Napoli, Ricciardi, 1910) |
GLI ULTIMI ANNINel 1946 si
stampa in volume I coniugi Allori, il romanzo già
uscito nel 1943, a puntate, sulla «Nuova Antologia».
Tra il 1948 e il 1954 escono i romanzi Il fiocco verde
(1948) e il Pudore (1950), ampliamento e
rifacimento de I due fanciulli. Si spegne a Cesenatico il 6 luglio, nella sua casa sul porto canale. |
Non esco perché sento uno strano rumore dentro di me. Un fruscio, peggio, uno scricchiolio come d'ammonimento. Indi quasi un fragore. Una chiamata. È il mio caro tempo che muore. (M. Moretti, Oggi non esco, in L'ultima estate, Milano, Mondadori, 1969) |
LO STUDIOL'assetto della stanza non è molto diverso da quello già presente fin dai primi decenni del secolo: lo scaffale quadrato e il divano, il tavolino che fa da scrivania, stretto «quanto un banco di scuola», «la stampetta col volto di Gesù dalla cena di Leonardo» e la foto della madre Filomena, gli inchiostri, i pennini, le forbici, la cartella: il «laboratorio» dello scrittore. Altri reperti, altra suppellettile, invece, non ci sono più. Nello studio sono reperibili altri nuclei della biblioteca. La narrativa italiana è presente con un gruppo di personaggi quanto mai eterogeneo: Raffaele Calzini, Armando Meoni, Francesco Chiesa, Guido Piovene, Carlo Linati, Michele Prisco, Guido Lopez, Orio Vergani. La libreria fra le due finestre che si affacciano sul Porto Canale accoglie opere di critica letteraria e saggistica della prima metà del secolo (Croce, Serra, Pancrazi, Cecchi, De Luca, Angelini, Trompeo, Titta Rosa, Valgimigli), mentre nello scaffale vicino allo scrittoio sono presenti libri di poesia italiana del Novecento. La «libreria casalinga» di Moretti accoglie i crepuscolari (Palazzeschi, Govoni, Gozzano, Corazzini), ma comprende autori fra loro diversi per generazione e ispirazione: da Sibilla Aleramo ai fratelli Novaro, da Arturo Onofri a Carlo Betocchi, da Sandro Penna a Diego Valeri, da Cardarelli a Sereni. |
È giusto ch'io dia prima un'occhiata
al mio tavolino, com'è giusto che il disordine vi regni
sovrano e resti appena il posto sufficiente per
assicurare la libertà e comodità della cartella. [...]
Non mancano, sul mio tavolino, le grandi forbici lucenti
e il barattolo della colla. lo scrittore deve scrivere ma
anche tagliare e incollare. [...] Quanto alla penna,
scrivo, ecco, con un'asticella da pochi soldi. Il pennino
è quasi sempre spuntato, ma - non so bene perché - mi
incaponisco a farlo durare. (M. Moretti, La prima cartella, in Scrivere non è necessario, Milano, Mondadori, 1938) |
CHE COSA DUNQUERIMARRA' DI MIO
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Che cosa dunque rimarrà di mio per caso, in queste stanze, o per dispetto? Chi sa, forse un panchetto, un panchetto di quando ero bambino o un'eco incomprensibile, un fruscìo. (M. Moretti, Dopo, in Moretti in verso e in prosa, Milano, Mondadori, 1979) |
CASA MORETTIDa circa 15 anni Casa
Moretti è sede di un importante centro di studi sulla
letteratura del Novecento. L'istituto promuove attività
culturali e di ricerca, oltre che di conservazione,
tutela e valorizzazione del proprio patrimonio.
L'istituto ospita infatti un prezioso archivio e una
biblioteca di grande interesse, frequentata per gli studi
sul Novecento letterario, non solo italiano. |
E ora, come potrei credere vivi entro
il mio cuore questi ricordi d'infanzia, d'adolescenza e
della giovinezza mia prima, se non li sentissi legati a
te povera piccola vecchia casa? Non solo, ma di questi
ricordi, di questa vita così rivissuta entro il cuore
immemore spesso tu sei la suscitatrice o la madre. È in
queste vecchie stanze, è nei mattoni corrosi, è nei
segni di umidità alle pareti, è nel cortile negletto,
nel cigolio delle porte (a ognuna il suo cigolio), nella
vecchiaia della cucina, nella sedia zoppa e nel quadro
storto, nell'invalidità dei mobili ovunque spaiati, in
ognuna di queste povere piccole cose ch'io potrò
ritrovare la verità di me stesso e dell'arte. (M. Moretti, Casa mia sul canale, in Il tempo felice, Milano, Treves, 1929) |